Istantanee

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INCIPIT

Il piccolo appartamento denotava un ordine maniacale. Nulla era fuori posto o lasciato al caso. Tutto seguiva un ordine prestabilito.

I muri erano tutti bianchi, immacolati, nessun segno evidente, nessuna macchia, come se l’appartamento fosse stato tinteggiato di fresco da pochi minuti.

Il candore del bianco lasciava però spazio ogni tanto a delle foto. Erano appese in tutta la casa, in ogni stanza.

Foto di dimensioni diverse. Non erano incorniciate, ma erano appese al muro con una puntina rossa che si trovava perfettamente al centro del lato superiore della foto. Tutte.

Il grande portone a vetri di un palazzo dietro al quale si intravede un androne ed un cortile alberato.

Una mano femminile molto curata, le unghie lucide, nell’atto di afferrare una tazzina di caffè.

Una targa metallica: Studio Legale De Santis e associati.

Un paio di gambe femminili lunghe e affusolate. Scarpe rosse di vernice con un tacco vertiginoso.

Il numero civico 37.

Una lunga coda di persone davanti alla discoteca Vertigo. Il buttafuori di colore alla porta mentre fa entrare un gruppo di giovani donne.

Una 500 rosso fiammante.

Una donna che corre in un parco. Leggins neri appena sotto al ginocchio e canotta rossa. Ipod attaccato in vita e cuffie nelle orecchie.

Un carrello della spesa pieno.

Il volto di una donna. La pelle liscia come la seta e ambrata. Gli occhi neri e profondi.

Deserto

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ISPIRAZIONE

Giovanni era quasi arrivato a casa quando una telefonata lo richiamò all’ordine. Fece inversione col suo furgone e tornò indietro. A quanto pareva gli sarebbe toccato fare gli straordinari.

Un famoso musicista aveva fatto consegnare un pacco di manifesti e aveva chiesto esplicitamente che venissero appesi quella sera stessa. L’urgenza era stata pagata particolarmente bene. Impiegò circa un paio d’ore per appendere tutti i manifesti nella sua zona di competenza e poi finalmente si diresse nuovamente verso casa per godersi il meritato riposo.

Non appena aperta la porta si trovò di fronte il solito desolante spettacolo. Da quando Giulia se ne era andata quella casa era l’emblema del disordine. Vestiti abbandonati in giro. Una pila di piatti e stoviglie nel lavandino. Bottiglie di birra vuote e cartoni della pizza in ordine sparso vicino al divano.

Richiuse la porta dietro di se, appoggiò la sua borsa a terra, si tolse le scarpe abbandonandole esattamente lì dove se le era tolte e si spogliò. Buttò la maglia e i jeans sulla sedia in camera andando ad accrescere il già corposo mucchio di abiti e si infilò una tuta che sfoggiava una variegato campionario di macchie: sugo, unto, vino, gelato, erba, fango.

Andò a sdraiarsi sul divano, prese il telefono e ordinò una pizza diavola e una birra. La quinta pizza della settimana ormai. Accese il televisore e cominciò il suo zapping selvaggio tra i canali. Le sue dita in alcuni momenti si muovevano talmente veloci sul telecomando che sembrava stessero seguendo degli oscuri disegni che solo Giovanni era in grado di capire.

La sua attenzione fu rapita dall’immagine di una piramide. Era stato il loro primo viaggio insieme. Nella sua testa si affollarono una serie di immagini, ricordi lontani di quando erano stati felici. Erano in due a dorso di un cammello mentre cavalcavano nel deserto. E poi si rincorrevano come due bambini fra le dune di sabbia. E si erano baciati appassionatamente sotto un cielo ammantato di stelle. Un giorno si erano persi nel dedalo dei vicoli del bazar, tra i profumi delle spezie e le urla dei venditori. E poi erano volati al mare, quel mare colore smeraldo nel quale si erano immersi più volte alla ricerca di pesci colorati, tartarughe e delfini. E un pomeriggio le mani sinuose di Giulia avevano scolpito un grosso elefante nella sabbia mentre lui la osservava rapito.

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Giulia. Era bellissima. Con quei suoi occhi neri profondi come la notte e la pelle liscia e ambrata. Sei la mia rosa del deserto. Era una frase che le aveva detto per la prima volta durante quel viaggio. E poi non aveva smesso più di dirglielo. E quando lei si era trasferita da lui le aveva fatto trovare in regalo una piccola rosa del deserto, mentre nella casa riecheggiavano le note di Sting. Era l’unico oggetto di Giulia che si trovava ancora in casa di Giovanni.

Qualcuno suonò alla porta e Giovanni si riprese dai suoi pensieri. Aprì senza fare domande, convinto che fosse il fattorino che gli aveva portato la pizza. Davanti si trovò un uomo che non aveva mai visto in vita sua. Alto, capelli brizzolati, poteva avere sui 55/60 anni, era tutto vestito di nero ed aveva in mano un bastone da passeggio.

“Scusi, lei chi è? Chi sta cercando?” disse Giovanni.

L’uomo non proferì parola e con una velocità inaudita e una forza inaspettata sferrò un violento pugno in faccia a Giovanni che cadde a terra svenuto.

Quando si risvegliò la porta di ingresso era chiusa. Si alzò faticosamente da terra e notò che la casa era esattamente come prima. Dell’uomo in casa non c’era più alcuna traccia. Tutto sembrava al suo posto o perlomeno tutto era fuori posto esattamente come lui l’aveva lasciato. Ma quando riuscì bene a mettere fuoco la situazione si accorse che qualcosa era scomparso. In casa mancava un’unica cosa. La rosa del deserto.

Sonno

INCIPIT

“Amore tutto ok?”

“Eh? Cosa?”

“Ti sei appisolato. Dormivi beato e non ho avuto il coraggio di svegliarti. Ma… Sei tutto sudato, sei sicuro di stare bene?”

“Dormito?”

Alberto si toccò la fronte imperlata di sudore. Martina aveva ragione…

“Dai torniamo a casa che è tardi. Non possiamo lasciare i bambini a dormire da tua madre anche stasera.”

Si alzò e tese la mano verso di lui per aiutarlo a fare la stessa cosa. Prima di afferrare la mano di sua moglie cercò ancora la sua borsa, ma non la trovò. Iniziò a girarsi di scatto in tutte le direzioni per cercarla.

“Te l’ho presa io… Ma un giorno o l’altro te la butterò senza dirti nulla. Non è possibile andarci in giro, sembra che abbia fatto la guerra…”

“Non scherzare, sai quanto ci sono affezionato.” E si alzò. “Dai dammela…”

“Prova a prenderla…”

Martina scattò via in un lampo, Alberto iniziò a correre ma a fatica riusciva a starle dietro. Le loro urla di gioco si persero nella notte insieme ai rintocchi del campanile che segnava le 11.30 sul suo orologio luminoso. Numerose luci, alcune piccole, alcune più grandi, delineavano nella notte l’orizzonte in mare aperto. Là, dov’erano sdraiati poco prima Alberto e Martina, un granchio silenzioso fece capolino dalla sabbia.

FINE(?)

Buio

INCIPIT

Le immagini si muovevano confuse davanti ai suoi occhi. Alberto cercò di mettere a fuoco quello che vedeva e di capire dove si trovasse. Era sdraiato su un letto. Intorno a sé era circondato da pareti metalliche. Doveva trovarsi ancora nel sottomarino. Cercò di mettersi seduto ma un forte dolore alla testa lo fece desistere immediatamente.

“Fossi in lei rimarrei sdraiato”. La voce risuonò forte nella stanza. Era la voce di Camillo. Alberto non riusciva bene a scorgerlo, era ancora troppo intontito, ma doveva essere sulla soglia della stanza.

“Ha preso davvero un brutto colpo quando ha cercato di scappare. I sottomarini non sono certo il luogo migliore per correre, soprattutto per chi non li conosce”

“E dovrei anche crederle? Il suo aiutante mi ha rubato la borsa senza che io nemmeno me ne accorgessi e dovrei credere di essere semplicemente inciampato?”

“Le devo indubbiamente delle scuse. Mi sono comportato in maniera orribile e Sven non avrebbe mai dovuto rubarle la borsa. Ma sa, cercavo quello spartito da anni… E non posso neanche biasimarla se non crede alla storia che le ho raccontato. Sembra davvero la trama di un film. Ma la prego di credermi. Nonostante tutto Sven non farebbe male ad una mosca e lei è davvero inciampato. Volevo fermarla per spiegarle, di certo non per rapirla. E’ libero di andare quando meglio crede, anche se, fossi in lei, non mi alzerei da quel letto, non ora per lo meno.”

“Me ne andrò non appena la mia testa smetterà di girare. Si tenga pure il suo maledetto spartito. E non voglio avere alcuna spiegazione. Voglio solo dimenticare questa serata il prima possibile.”

“Come crede. Non voglio disturbarla oltre. Se dovesse avere bisogno non esiti a chiamare Sven. E non si disturbi a salutare prima di andarsene. In ogni caso sono sicuro che ci rivedremo.”

“Bhe io mi auguro di no!”

Camillo se ne andò e richiuse la porta della stanza. Alberto tese l’orecchio ma non sentì alcun rumore di chiave. Era convinto che lo avrebbero chiuso dentro e invece apparentemente così non era.

Provò di nuovo a sollevarsi e questa volta ci riuscì anche se a fatica. La testa gli faceva davvero male. Tutto quanto gli era capitato quella sera era davvero assurdo. Ritrovarsi in quel sottomarino. Le storie riguardanti suo nonno. Lo spartito rubato. Non voleva ammetterlo a se stesso ma aveva paura. Voleva andarsene di lì il prima possibile. Cercò la sua borsa e la trovò appoggiata per terra di fianco al letto. Prese in mano il suo cellulare, ma ovviamente non c’era campo. Stava imprecando quando di colpo andò via la luce.

Un brivido lo scosse lungo la schiena. Cominciò a ricordare i mille film dell’orrore che lui odiava profondamente ma che i suoi amici lo avevano costretto a vedere. Ecco quella era la tipica situazione da film dell’orrore. Quella in cui il ragazzo di turno (poco importa che di solito fosse una ragazza e anche parecchio attraente) finisce ucciso, squartato, torturato.

“Signor Sven? Signor Sven? Signor Camillo?” provò ad urlare Alberto, ma nessuno rispose. Alberto aveva i nervi a fior di pelle e stava quasi per piangere. Decise di tentare il tutto per tutto e di provare ad andarsene. Si alzò in piedi nonostante la testa gli dolesse ancora, raccolse la borsa da terra e attivò l’applicazione della torcia sul suo telefono. Mosse i primi passi incerti verso la porta e con molta cautela la aprì. Era tutto completamente buio e ci mise un attimo ad accorgersi che qualcosa non andava. Di fronte a se si stagliava un lunghissimo corridoio del quale non si riusciva a vedere la fine. Si voltò e al posto della porta metallica del sottomarino si trovò una porta di legno. E il numero 29 stampigliato sopra. Alberto provò a muovere qualche passo nel corridoio. Era completamente terrorizzato. Cominciò a camminare sempre più velocemente. Ma quel corridoio non finiva mai. E infinite porte si aprivano su di esso. Tutte col numero 29 stampigliato sopra.

Poi di colpo sentì un urlo che gli fece gelare il sangue nelle vene. Si girò ed era lì di fronte a lui. Era un ombra più scura dell’oscurità stessa. Grande. Deforme. Mostruosa.

Alberto cominciò a correre più forte che poteva e mentre correva si girò per guardare la distanza che lo divideva del mostro, che era convinto lo stesse inseguendo. E quando gli mancò la terra sotto i piedi fu improvvisamente buio.

Una lieve brezza marina gli accarezzava il volto. Aprì gli occhi e vide il cielo notturno. Con le poche stelle che si riuscivano a scorgere. Si mise a sedere e cercò a tastoni la sua borsa che era lì, accanto a lui. Poi si mise la mano in tasca ma non trovò quello che cercava.

Un granchio silenzioso si immergeva nella sabbia.

Metallo

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INCIPIT

C’erano quadri coloratissimi, alcuni con tratti geometrici ben definiti, altri con segni privi di un’apparente regolarità. Dappertutto. L’arte astratta Alberto non l’aveva mai capita, ma la rispettava. Era certo che ognuna di quelle opere fosse un’occasione per vivere senza pregiudizi un sogno, un’opportunità per vedere cosa vive nel buio degli abissi dell’animo umano. È solo la luce a fare la differenza. Come dentro a quella stanza, se così si poteva chiamare. Non c’erano lampade, ma sorgenti luminose di diverse dimensioni posizionate con logica ferrea che scaldavano l’ambiente altrimenti, angusto, freddo e asettico. La temperatura, quella vera, quella percepita dal corpo, era però più alta della media. Quando fece per togliersi la felpa che indossava si accorse che portava ancora a tracolla la borsa da quando era entrato. Anche quello era disordine. Sorrise fra sé emettendo un lieve sibilo.
“Cosa la diverte?”
Una voce anziana, stanca, ma potente, lievemente roca, risuonò dal fondo del locale facendo vibrare le spesse pareti metalliche del sottomarino. Alberto saltò sul posto dallo spavento.
“Mi scusi non volevo farla spaventare. Mi chiamo Camillo Balduzzi” disse avvicinandosi e porgendo la mano “… Ma può chiamarmi Camillo”
“Molto piacere, Alberto…”
La stretta di mano fu vigorosa e non riuscì a togliergli gli occhi di dosso.
“Non ci faccia caso, conosco questo sottomarino meglio delle mie tasche.”
Era entrato in quella specie di studio senza fare il minimo rumore e si era mosso dall’ingresso verso la scrivania senza neanche sfiorare una sedia o un quadro.

Arrivò sul retro della chiesa, ma benché fosse stato tra i primi ad uscire, già una piccola folla si accalcava davanti all’ingresso secondario in attesa di incontrare Camillo Balduzzi. Aveva già capito che sarebbe stato molto difficile scambiare due parole con lui e rimase quindi in disparte riflettendo sul da farsi.
Una grossa mano si poggiò pesantemente sulla sua spalla.
“Ehi tu…”
La voce burbera che pronunciò quelle parole aveva un forte accento straniero, del nord Europa probabilmente. Quando si voltò per vedere da chi provenisse si trovò davanti l’aiutante del pianista e non appena realizzò la domanda che gli era stata posta si scansò di scatto preso dall’attimo di smarrimento.
“… Sì”
“Il Signor Balduzzi sarebbe lieto di incontrarla domani a bordo del suo sottomarino. La aspetta per le 21, al molo, dopo cena. Non sarà difficile trovarlo.”
Sven se ne andò senza neanche aspettare risposta e Alberto si riprese solo quando sparì dietro l’angolo della chiesa. Se ci fosse stata anche la ventinovesima di sicuro l’appuntamento sarebbe stato fissato per quell’ora. Si levò un applauso da dietro. Camillo Balduzzi stava uscendo dalla sagrestia accompagnato dal suo aiutante. Regalò qualche sorriso e qualche stretta di mano alla folla ma si infilò subito nella grossa auto nera che lo attendeva. Rimase a fissarla e quando gli passo davanti, dal finestrino posteriore che si aprì lentamente, uscì una grande mano rugosa che lo salutava. Alberto La fissò fino a quando il nero lucido della carrozzeria non si confuse con il nero profondo della notte appena cominciata.

“Gli occhi di Sven sono i miei. Vedo il mondo attraverso di loro. Per questo motivo ho organizzato il concerto proprio qui e proprio in quella chiesa di mattoni rossi. E per lo stesso motivo ora siamo qui a parlare.”
Dopo una breve pausa in cui Alberto non parlò Camillo continuò. “Lei quanti anni ha? Venticinque? Trenta? Alla sua età diventai cieco e per un certo periodo durante la guerra vissi in una casa molto elegante fatta di mattoni. Il più bel periodo della mia vita. Quella casa la costruì un uomo che fece tanto per me, ma che purtroppo non ebbi più occasione di incontrare. Un uomo che sto cercando da una vita. Dopo molte fatiche e un po’ per caso sono finito qua con il mio sottomarino. Gli occhi di Sven hanno visto l’eleganza di quella chiesa e dentro ad essa, ieri sera, il suo volto. Lei somiglia molto a suo nonno Marco, lo sa?
Alberto sgranò gli occhi: “Mi spiace interromperla signor Camillo, ma nessuno dei miei due nonni si chiamava Marco e nessuno dei due aveva un doppio nome. Mio padre si chiama Marco e…”
“Non è possibile. Lei assomiglia perfettamente alla descrizione che ho fatto a Sven di Marco. Lui non sbaglia mai! Non ci sono dubbi sulla vostra somiglianza! I suoi capelli ricci neri, gli occhi chiari e il neo poco sotto l’orecchio destro non lasciano dubbi. Non mi prenda in giro!” urlò sbattendo un pugno sul tavolo. Di lì a pochi attimi entrò Sven per accertarsi che tutto fosse a posto. Camillo lo tranquillizzò e gli chiese gentilmente di preparare un tè caldo. L’uomo pacato e gentile così amato dal pubblicò, col quale aveva parlato fino a poco prima si trasformò improvvisamente, preso da un’ira violenta e incontenibile. Alberto si stava già preparando per andare via dopo essere stato aggredito in quel modo. Fece per alzarsi prendendo la borsa, ma d’un tratto la stanza e tutto il sottomarino furono riempiti dalle note suonate da un’orchestra in accompagnamento ad un violino solista.

http://youtu.be/tPhPu6wJ7w8

“È il concerto per violino e orchestra in Re maggiore di Tchaikovsky. Alberto, la prego di sedersi e la supplico di scusarmi per questo mio ignobile comportamento. Questa musica, Sven lo sa, mi serve per trovare pace, per rivedere Emma e rasserenarmi. La ascoltavamo spesso insieme. Lasci che le offra un’ottima tazza di tè indiano e che le racconti una storia.”

Passarono circa tre ore durante le quali Camillo raccontò ad Alberto tutta la storia che legava lui, la povera Emma, Marco e uno spartito scritto a quattro mani veicolo di un segreto taciuto per tutti quegli anni. Pianse più volte mentre ricordava quei momenti della sua vita, i più belli e al contempo tragici, i più bui ma luminosi. Giorni di passione, amore e odio, vita e morte. Bianchi e neri come la tastiera del pianoforte che suonava con così tanta grazia ed eleganza. Chiari e scuri, come lo schizofrenico comportamento a cui Alberto aveva assistito poco prima.
Ascoltò in religioso silenzio e solo alla fine disse a Camillo: “È una storia molto toccante e la ringrazio per avermela raccontata Signor Camillo. Mi spiace molto per tutto quello che le è successo. Purtroppo, come le ho detto prima, nessuno dei miei due nonni si chiamava Marco, ma forse è il caso che le dia questo. Inizio ad avere dei dubbi sulla vera identità del mio nonno paterno.” Fece per girarsi verso la sua borsa che aveva poggiato sulla sedia affianco alla sua, ma non la trovò. Controllò per terra e non c’era. La voce di Sven proveniente dalla porta di ingresso della stanza lo distrasse dalla ricerca: “Signor Camillo, è lo spartito”.
Alberto fu preso e squarciato dalla paura. Era dentro un sottomarino, con un eccentrico pianista ed un burbero uomo poco raccomandabile che gli aveva appena rubato la borsa da sotto gli occhi senza che lui se ne accorgesse. Aveva appena ascoltato un’incredibile storia degna di un romanzo e suo nonno probabilmente aveva vissuto due vite. Con un inaspettato gesto atletico saltò via dalla sedia mentre Sven stava portando lo spartito a Camillo. Raccolse la borsa a terra nei pressi dell’uscio della porta e si infilò nel corridoio per uscire. I pesanti passi dell’aiutante di Camillo che lo inseguiva martellavano sul pavimento di metallo. “Fermati! Fermati!”, ma Alberto non aveva nessuna intenzione di farlo. Mentre correva si girò per guardare la distanza che lo divideva dal suo inseguitore e quando gli mancò la terra sotto i piedi fu improvvisamente buio.

Le onde del destino

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INCIPIT

La città era invasa dai manifesti. Nessuno parlava di altro. Camillo Balduzzi. Il famoso pianista cieco. Aveva deciso di fare tappa proprio lì e di tenere un concerto nei giorni successivi.

Quella mattina Alberto era stato svegliato da una telefonata della madre. Erano quasi le 13, ma Alberto era andato a letto parecchio tardi.

– Pronto – rispose Alberto con una voce che sembrava provenire dall’oltretomba

– Ciao Alberto. Ma che voce hai? Non stavi mica ancora dormendo? E’ ora di pranzo!

– No mamma, figurati, sono sveglio già da un bel po’ – mentì lui.

– Senti non torno per pranzo oggi. Però ti ho lasciato tutto pronto. In cucina c’è un piatto con della pasta, l’ho già pesata, sono 80g. Te la cuoci nella solita pentola. In frigo trovi già il sugo pronto, basta che lo scaldi un po’. Puoi scaldarlo nella stessa pentola dove hai cotto la pasta, dopo averla scolata. E in frigo nell’ultimo ripiano in basso trovi anche un pacchetto di carta argentata. C’è dentro una porzione di petto di pollo. Puoi cuocerlo nel solito padellino. Te l’ho già tirato fuori e l’ho già appoggiato sopra il fornello. Nella busta appesa alla sedia in cucina c’è il pane e poi se vuoi…

– Mamma, non c’è bisogno che mi spieghi tutto, so farmi da mangiare da solo, forse ti sfugge che ho 28 anni, anzi quasi 29, non 6.

– Scusa se volevo darti una mano e non farti perdere tempo

– Ma no mamma. Vabbè, comunque ok, ho capito tutto. Torni nel pomeriggio?

– Ho parecchie cose da fare. Tornerò prima di cena. Se esci fammi sapere per favore.

– Sì, mamma, certo – Rispose con tono parecchio scocciato – Ciao Mamma

– Ah Alberto? Lo sai che in città è arrivato Camillo Balduzzi?

– Chi?

–  Camillo Balduzzi. Ma sì dai. Il famoso pianista. Quello cieco. Quello che gira il mondo a bordo di un sottomarino.

Per alcuni secondi Alberto rimase in silenzio stupito e pensieroso.

– Alberto? Ci sei? E’ tutto a posto?

– Sì, mamma. No scusa è che mi sta squillando il cellulare e ti devo lasciare. Ci sentiamo più tardi. Ciao mamma.

– Ciao Alberto

Alberto riattaccò. Aveva trovato una scusa per congedare la madre.

Camillo Balduzzi. Il famoso pianista. Quello cieco. Quello che gira il mondo in sottomarino. Quelle parole risuonavano nella sua testa.

Non conosceva il pianista. Non ricordava di averne mai sentito parlare. Però il sottomarino sì. Il sottomarino lo conosceva. Lo aveva visto la notte prima.

Quando era arrivato in spiaggia quella luce bianca che aveva visto dalla sua finestra era quasi accecante e aveva dovuto abituarsi un po’ prima di distinguere i contorni del sottomarino. Era la prima volta che se ne trovava uno davanti per davvero. L’aria era fresca. Una leggera brezza spirava dal mare. Il silenzio era interrotto solo dal tranquillo muoversi avanti e indietro delle onde. Alberto era sudato. Ma non soltanto dalla corsa. Era agitato. Tremendamente agitato. C’era qualcosa nella visione di quel mezzo che lo turbava. Come se il sottomarino gli ricordasse qualcosa, qualcosa di brutto, ma non riusciva a capire cosa. Perché mai poi aveva dimenticato i fagioli proprio non lo sapeva. In quel momento forse lo avrebbero aiutato a calmarsi, a stare meglio. Come mai un sottomarino si trovava lì? Di chi era? Di certo non poteva essersi materializzato dal nulla nel porto della città. E poi perché era tanto agitato? Che cosa lo spingeva a provare quasi terrore alla vista di un sottomarino? Questi pensieri affollavano la mente di Alberto senza sosta.

Poco dopo aveva deciso di tornare a casa, ma era stata una notte agitata e aveva dormito male.

Prese il suo cellulare e si mise a cercare informazioni su Camillo Balduzzi. Scoprì che era un pianista molto famoso e che la sua fama era dovuta almeno in parte proprio al fatto di essere cieco. Tanto più che pare avesse imparato a suonare il pianoforte proprio dopo la cecità.

Nel pomeriggio uscì a fare un giro e non poté fare a meno di notare i manifesti appesi in città che pubblicizzavano quello che sembrava essere l’evento dell’anno. Il famoso pianista Balduzzi si sarebbe esibito in un concerto proprio la sera prima del suo compleanno. E come luogo per l’esibizione aveva scelto la chiesa vicino al mare, quella che da anni per Alberto era un punto di riferimento. Pur non essendo un grande conoscitore e neanche un grande amante della musica classica Alberto decise di acquistare un biglietto per il concerto. D’altra parte c’era un pensiero fisso che gli ronzava in testa, qualcosa gli sfuggiva in questa situazione ma era convito che quel turbamento alla visione del sottomarino e il fatto che il concerto si tenesse proprio nella chiesa vicino al mare proprio la sera prima del suo ventinovesimo compleanno non fossero coincidenze. Non meno coincidenze del suo lucchetto con la combinazione 029 per l’armadietto 29, ad esempio.

Nei giorni successivi la città era invasa da un grande fervore. I preparativi per il concerto stavano procedendo. Sembrava che tutto gli abitanti della città volessero partecipare. Alberto aveva assistito di persona anche allo spostamento del pianoforte che era stato faticosamente spinto dentro la chiesa.

La sera del concerto era arrivata in fretta. Alberto era arrivato alla chiesa con quasi mezzora di anticipo. Molte persone erano ferme ad aspettare fuori dalla chiesa. Voci e risate riecheggiavano nell’aria. Alberto si sedette al posto che gli era stato assegnato e si mise pazientemente ad aspettare che il concerto cominciasse. Non era facile rimanere tranquillo però. Una certa inquietudine lo pervadeva tutto.

E poi Camillo entrò. Accompagnato da un altro uomo. Si sedette al pianoforte e senza proferire una parola si mise a suonare. Alberto fu subito rapito dalla magia di quella musica. Quelle note così pulite. Quei suoni così dolci e lievi, sempre perfetti. Osservare Camillo mentre suonava era un piacere. Le sue dita scorrevano sulla tastiera leggere, sembravano quasi sospese nell’aria. E poi quelle melodie. Alberto non conosceva quasi nessuno di quei brani, ma erano tutti di una bellezza che lasciava senza parole. Il libretto di sala citava i vari pezzi che Camillo avrebbe eseguito. Il concerto era cominciato con Gnossienne No.1 di Erik Satie e poi era proseguito con una varietà di generi e di autori da Debussy a Bach, Da Chopin a Gershwin.

Alla fine del concerto lo scrosciare degli applausi era davvero fragoroso. Camillo ringraziò e per la prima volta parlò. La sua voce era stanca, ma ferma:

– Vi ringrazio. Vi ringrazio molto. Pochi giorni fa quando sono giunto in prossimità della costa a bordo del mio sottomarino il mio assistente mi ha descritto come sempre quando arrivo in un posto nuovo quello che poteva vedere e la sua descrizione si è soffermata in particolare su questa chiesa vicino al mare. La sua descrizione mi ha talmente colpito che ho deciso che volevo assolutamente tenere un concerto in questo luogo. Non so bene cosa mi abbia colpito così tanto, forse il colore dei mattoni, che tanto mi ricorda quello di un altro luogo caro dove ho passato alcuni momenti felici della mia vita. A proposito del sottomarino dovete per altro sapere che non sono certo un novello capitano Nemo a caccia di avventure e piovre giganti. Amo il mare. Le sue creature. I suoi silenzi. Le sue profondità. I suoi movimenti sono come quelli del destino che ineluttabile continua ad andare avanti ed indietro e ogni tanto ci da qualcosa e poi ce lo porta via. A me il destino ha dato e ha tolto tanto. Mi ha regalato l’amore di una donna che purtroppo oggi non c’è più ma che mi ha insegnato a sentire la vita anche se non posso vederla. Insieme a lei tanti anni fa scrissi un pezzo. E’ da allora che non lo suono e spero che mi scuserete se non sarà perfetto, ma questa sera voglio regalarvelo come finale.

E la musica partì.

Alberto non poteva credere alle sue orecchie. Era la musica che gli aveva suonato il suo amico Michele. Quella scritta nello spartito trovato nel baule di suo nonno. E com’era ancora più soave suonata dalle dita di Camillo. Talmente bella che alcune lacrime scesero a rigare le guance di Alberto. La sua mano andò automaticamente in tasca alla ricerca dei fagioli e quando li sentì a contatto della pelle un calore lo pervase in tutto il corpo.

La musica finì e Camillo lasciò la scena accompagnato da una lunga sequela di applausi e urla di apprezzamento.

Prima ancora di uscire dalla chiesa Alberto aveva un’idea fissa in testa. Doveva a tutti i costi incontrare Camillo.

La torre campanaria della chiesa stava suonando la mezzanotte.

ISPIRATA#1

Emma

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INCIPIT

Pioveva ininterrottamente da una settimana, ma tutta quell’acqua non era ancora riuscita a lavare via le macchie purpuree lasciate dalla bava di una follia umana ancora in atto. Le notizie che giungevano dalla città erano come quelle gocce, che cadono sole con il loro insignificante valore e si uniscono al suolo gonfiando di distruzione canali, fiumi, mari. Quella notte il dolore alla testa era più insopportabile del solito e sferzava attimi di calma apparente seguendo il ritmo costante dei boati lontani. Momenti in cui riaffioravano istantanee di quel giorno di un anno prima: il bosco, il silenzio, la tensione, l’arma carica, l’esplosione e poi il buio improvviso che non l’ha più abbandonato. Testimonianza di un miracolo o di una maledizione? Condanna a morte o condanna a vita? Speranza o fine?

I tedeschi erano riusciti solo in parte nel loro intento. Fu tratto in salvo dagli altri partigiani e portato in una casa nelle profondità del bosco di Monte Calice. Lì conobbe Emma, che si prese cura di lui accompagnandolo per mano nelle profondità della caverna della sua cecità. Qui gli mostrò le bellezze nascoste del cuore della terra: stalattiti di suono, stalagmiti di sapore, superfici di piacere, celate dalla realtà a volte troppo luminosa. Era anche lei una partigiana, faceva la staffetta, rischiava più di altri la pelle e conosceva benissimo il valore vero delle cose, il calore della vita, il gelo della morte. Prima che scoppiasse la guerra insegnava musica in una scuola elementare e con il pianoforte trovato in quella casa abbandonata gli insegnò a suonare, lo educò a vedere, guardare e amare attraverso le orecchie, le dita, il naso, la bocca. E prima che Emma cadesse sotto i colpi di un cecchino tedesco riuscirono a comporre insieme un brano. Non fecero in tempo a dargli un titolo, non fecero in tempo a passare una vita insieme, ma il loro amore e i suoi frutti interrotti prematuramente sarebbero rimasti avvolti in un velo di eterna purezza. Mai la vide, ma la sentì. E continuava a farlo ogni volta che suonava quel pezzo nelle notti di solitudine nel bosco di Monte Calice, durante i suoi futuri concerti nei piccoli pianobar in città o nei grandi teatri di tutto il mondo.

Ormai distingueva anche il silenzio di una foglia che si muoveva. Conosceva ogni corteccia di quegli alberi, ogni prato, ogni porzione di terra, ogni essenza, ogni animale e sapeva benissimo che quei passi che si avvicinavano velocemente non presagivano nulla di buono. Si alzò dalla sedia, tese l’orecchio: erano in cinque, forse sei. Agili. Il rumore della pioggia non gli consentiva di distinguere se fossero di persone conosciute o meno, ma la voce di Marco che lo chiamava, rotta da una gioia incontenibile e dalla fatica della corsa, lo tranquillizzò.
“Camillo! Camillo! La guerra! Abbiamo vinto!”.
Giunsero alla porta d’ingresso dove Camillo li aspettava e gli vomitarono addosso in maniera sconclusionata le notizie della liberazione.
“Andiamo! Non bisogna più nascondersi!”
“Sì, fatemi prende alcune cose, prima di…”
“Avanti non c’è tempo ora!”
“Solo un attimo, devo…”
“Non preoccuparti, tornerò io a riprendere tutto.”

Aveva viaggiato per anni nell’oscurità del mare ed aveva speso milioni per cercare Marco e le note di Emma. Scopri per caso che aveva cambiato nome e che si era trasferito in quella piccola cittadina sul mare, ma non sapeva se era ancora vivo, se aveva una famiglia. Sven, il suo fidato aiutante, gli descrisse la costa come succedeva ogni volta che arrivavano in un nuovo porto. Camillo vedeva attraverso i suoi occhi. Il campanile e la chiesa di mattoni rossi, come quelli della villa di Monte Calice, erano un segno.

Ventinove

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INCIPIT

La vita di Alberto era sempre stata molto tranquilla. Quella che chiunque altro definirebbe una vita normale.

O forse no.

Un giorno quando era piccolo a scuola gli avevano dato in mano un abaco per imparare a fare le addizioni. Mentre era tutto intento a spostare le palline da una parte all’altra, l’abaco per sbaglio gli era caduto di mano ed era finito a terra. Rotto. Tutte le palline erano finite fuori dai pioli, tranne ventinove di esse che erano rimaste ostinatamente al loro posto. Nessuna persona normale si ricorderebbe di un evento così insignificante, eppure Alberto lo ricordava come se fosse avvenuto solo il giorno prima.

Quel numero, il ventinove, era tornato più volte a segnarlo nella sua vita.

Come quando al liceo gli avevano assegnato l’armadietto numero ventinove. O come quando aveva scoperto che il lucchetto a combinazione che aveva comprato per chiuderlo era difettoso. La combinazione iniziale preimpostata sul lucchetto non era 000 come indicato sulle istruzioni, bensì 029. Cosa che per altro gli era costata molta fatica scoprire. Eppure invece di riportare il lucchetto al negozio dove l’aveva comprato e farselo sostituire aveva passato un pomeriggio intero per scoprire cosa avesse che non andava quel lucchetto. E poi non l’aveva più cambiata. La combinazione. Armadietto 29 lucchetto 029. Forse era la cosa più stupida da fare, ma si sa che le cose più sicure a volte sono quelle più ovvie, talmente ovvie che nessuno le penserebbe.

E poi c’era stata quella vacanza all’hotel Scarabeo coi suoi genitori. Una sera i suoi erano andati ad una festa in maschera, quelle cose da villaggio vacanze che tanto odiava. Per fortuna era abbastanza grande affinché i suoi lo lasciassero libero di fare ciò che preferiva. Così dopo una breve passeggiata sul lungo mare era tornato in albergo e si era messo a leggere. Si era mezzo addormentato quando qualcuno bussò alla porta. Alberto si risvegliò di soprassalto e andò ad aprire. “Cavolo, stavo dormendo, non potevate aprire con la vostra…” Le parole gli si bloccarono in gola. Non erano stati i suoi genitori a bussare alla porta. In effetti non era stato nessuno. Sembrava ci fosse un blackout nell’hotel. Tutte le luci erano spente. Il corridoio era illuminato a intermittenza dai lampi. La finestra sulla destra alla fine del corridoio era spalancata. Fuori imperversava un violento temporale. Faceva parecchio freddo. Chiuse la finestra e si mise ad osservare quel corridoio del secondo piano del suo albergo. Buio. Luce. Buio. Luce. Ogni qual volta un lampo squarciava la notte riusciva a vedere il corridoio per intero. O non proprio per intero. Non si ricordava che quel corridoio fosse così lungo. In fondo c’erano solo nove camere al secondo piano e Alberto e la sua famiglia stavano proprio nell’ultima. Eppure ora quel corridoio sembrava lunghissimo, quasi infinito. Stranito, decise di rientrare in camera. Il blackout doveva essere finito. La lampada sul suo comodino era accesa e pareva che anche il violento temporale si fosse subito calmato, non si udiva più il rumore dei tuoni, neanche in lontananza.

Pochi giorni dopo aver compiuto ventotto anni era venuto a mancare suo nonno. Non aveva mai avuto un rapporto molto stretto con lui, però era rimasto abbastanza scosso dalla sua scomparsa, forse perché per la prima volta si era ritrovato davvero faccia a faccia con la morte di una persona conosciuta. Stava dando una mano a sua madre a sgomberare la vecchia casa in cui viveva suo nonno, quando nella soffitta notò un grosso baule di legno. Non riusciva neanche a spiegare perché tra tutte le cianfrusaglie presenti in quella casa la sua attenzione fosse stata attratta proprio da quel vecchio polveroso baule di legno. Lo aprì. Dentro c’erano solo pochi oggetti. Un bastone da passaggio. Della frutta finta. Di quella che si usa come soprammobile. Sorrise. Sapeva che il nonno aveva una strana passione per la frutta finta. E poi uno spartito musicale. Scritto a mano. Le pagine erano ingiallite. Sulla prima pagina era indicato solo “Per pianoforte”. Alberto sapeva vagamente leggere la musica, ma non aveva mai davvero suonato uno strumento, tanto meno il pianoforte. Ma era molto incuriosito da quel vecchio spartito. Avrebbe voluto sentire quella melodia. “Mamma, ma il nonno suonava il pianoforte?” chiese urlando alla madre che era al piano di sotto. “No, Alberto, credo non abbia mai suonato niente in vita sua” rispose la madre. “Che strano” pensò Alberto che decise di portare via quelle pagine e farle vedere ad un suo amico appassionato musicista. Prima di richiudere il baule i suoi occhi caddero nuovamente sui frutti finti. Erano ventinove.

Il giorno dopo andò a casa del suo amico Michele e portò con se lo spartito. Michele prese lo spartito, lo appoggiò sul leggio del suo pianoforte verticale e si sedette. Cominciò ad osservare le note disegnate su quelle pagine e poi dopo pochi minuti di assoluto silenzio posò lievemente le dita sui tasti del pianoforte e cominciò a suonare.

Alberto era completamente rapito. Quella melodia. Così lieve e malinconica. Era come se la conoscesse già da tutta la vita. Eppure non avrebbe mai saputo dire se e dove l’aveva già sentita. E poi com’era possibile?

Fu quella notte che cominciarono gli incubi. Un corridoio infinito. Un’ombra mostruosa alle sue spalle che urlava frasi che lui però non riusciva mai a distinguere. A meno di una parola. Un’unica parola udiva sempre distintamente. Fagioli. E fu così che ricordò.

Ricordò di quella volta che giocava a baseball coi suoi amici. Ricordò quella palla lanciata lontano. Troppo lontano. Ricordò quegli strani fagioli verdi ritrovati ai piedi dell’albero sul quale era salito nella speranza di riuscire ad avvistare la pallina scomparsa. E ricordò il primo terribile incubo. Sempre uguale. Sempre la stessa scena. Qualcosa nella sua testa, come un tarlo, gli diceva che allora aveva capito benissimo le parole urlate dal mostro, ma quelle, proprio non riusciva a ricordarle.

Si mise a rovistare per tutta la stanza finché in un angolo sperduto di un armadio li trovò. Erano lì da anni ma li aveva completamente dimenticati. Come rimossi. In un barattolino di vetro c’erano quegli strani fagioli verdi che aveva trovato quel giorno. Prese il barattolino, estrasse i fagioli. Erano rimasti uguali a se stessi. Non c’erano tracce di muffa o invecchiamento. Quando li strinse nella sua mano sentì uno strano calore e per alcuni secondi fu pervaso da una sensazione di assoluto benessere. Mentre assaporava quel momento, la sua mente era attraversata da una dolce e malinconica melodia. La melodia scritta su quel vecchio spartito trovato in casa del nonno. Dall’altra stanza Alberto sentì sua madre che lo chiamava e si ridestò. Ripose i fagioli nel barattolino, lo appoggiò sulla sua scrivania e andò dalla madre a chiedere cosa volesse.

Quell’anno passò piuttosto velocemente segnato però da alcune costanti: gli incubi che spesso lo accompagnavano durante la notte e quei fagioli che spesso si ritrovava a tenere per mano e che lo facevano stare bene. Bene a tal punto che spesso non usciva di casa senza esserseli infilati nella tasca della sua giacca.

Tutti quei pensieri e quei ricordi erano affiorati nella sua testa mentre correva verso la spiaggia. Ora era lì e osservava la scena. Quella luce che aveva visto dalla sua finestra. Mise la mano in tasca ma non trovò quello che cercava. Nella fretta aveva lasciato i fagioli a casa.

Un granchio silenzioso si immergeva nella sabbia.

Aria

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INCIPIT

Il tiepido vento che soffiava da sud sin dalla mattina aveva ripulito il cielo dalla leggera coltre di nuvole che copriva la città. Quella notte la temperatura era assai gradevole, l’aria era profumata e nella via in cui abitava Alberto il silenzio era interrotto talvolta da risate di persone che tornavano a piedi verso casa, verso le loro automobili o andavano chissà dove. Abitava in un quartiere residenziale, agli ultimi piani di un edificio molto alto di recente costruzione. Le buie finestre quadrate, tutte uguali, bucherellavano la facciata che dava su strada ripetendosi ossessivamente dal chiarore caldo e fioco dei lampioni fino al diamantato mantello blu del cielo notturno. La quiete geometrica del grattacielo fu turbata da una finestra luminosa contraria all’ordine cui era sottoposta. Era quella della stanza di Alberto che si svegliò all’improvviso completamente sudato e in preda ad affannosi respiri. Si mise a sedere sul lato del letto per riprendere controllo di sé e non appena alzò la mano destra per asciugarsi la fronte imperlata si accorse che vi teneva stretti i fagioli trovati quel pomeriggio. Li contemplò per alcuni attimi con gli occhi sgranati prima di alzarsi per metterli in un piccolo vasetto di vetro che teneva sopra la sua scrivania.

Girava ormai da cinque minuti per la stanza cercando di capire come mai li avesse in mano. Ricordava di averli già messi nel vasetto. Era sicuro. Lo fece non appena arrivò a casa la sera prima. Si ridestò dai suoi pensieri e iniziò a cercare il suo telefono per capire che ora fosse, ma maledisse se stesso e il suo disordine cronico. Come faceva di solito andò alla finestra per affidarsi al campanile della chiesa del mare. Appena la aprì fu avvolto dal profumo e dalla quiete della notte e si prese un minuto per respirare a fondo ad occhi chiusi e ritrovare una temperatura corporea accettabile dopo il tremendo incubo che aveva interrotto il suo sonno. Lì riaprì, guardò verso il grande orologio, suo punto di riferimento nei momenti senza tempo, ma fu distratto da una forte luce bianca che bucava la tenebra proprio là dove cielo e mare si incontrano. Era fissa e l’atmosfera tersa le faceva assumere una forma a stella. Non era un peschereccio, era troppo grande ed era ancora troppo presto. Non una grande nave di passaggio, ne avrebbe avute delle altre. In tutta la sua vita non ne aveva mai vista una simile. Nelle sue orecchie risuonava la voce del mostro. Mancava una settimana al suo compleanno ed era sicuro che nulla fin lì era successo per caso. Richiuse la finestra, si vestì e uscì di casa facendo attenzione a non far rumore per non svegliare sua madre. Il vento soffiava nella direzione opposta a quella della sua corsa, l’aria gli girava vorticosamente nei polmoni, il cuore dettava il ritmo dei suoi lunghi passi e più correva verso la spiaggia più trovava energia per arrivare prima.
Nel buio della sua stanza, nel piccolo vasetto di vetro, uno dei fagioli si mosse.

C’era una volta

Once upon a time, far far away, there was a kid. His name was Alberto.

Alberto liked sports and, in particular, liked to play baseball. One day, while he was playing with his friends, he threw the ball so far that nobody couldn’t find it anymore. Alberto then climbed up a tree and looked every direction but he really couldn’t see the ball. He was very sad but suddenly he noticed that near the tree thee were some strange green beans. Alberto took the beans and went back home.

During the night he had a strange dream. He was walking along an infinite corridor while a monstrous shadow appeared behind him. The monster started screaming at him: “You found my magic beans and so now your faith is already written. When you will turn 29 you will embark on a submarine and there you will meet a blind man who will give you the piece of a puzzle…”